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SEGNI DEI TEMPI

Preti oggi. Schönborn: accanto agli uomini come testimoni di misericordia

L’arcivescovo di Vienna apre la riflessione all’incontro di mille presbiteri ad Ars per l’anno sacerdotale. «La mia vocazione vacillò quando misi la preghiera in secondo piano. Fra i giovani non mancano le "chiamate", ma non sappiamo farle maturare».

di MARINA CORRADI,
(da "Avvenire" del 2/10/2009)

La statua del Santo curato d'Ars
La statua del Santo curato d'Ars

Sono 1.185 i sacerdoti arrivati ad Ars, il paese del santo curato, per gli esercizi spirituali in occasione dell’anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI. Un ritiro lungo una settimana che ha alternato predicatori come il cardinale Christoph Schönborn e l’arcivescovo di Boston, cardinale Sean o’Malley, sul tema «La gioia di essere preti». La mappa dei partecipanti: i più numerosi naturalmente i francesi con 316 presenze, seguiti da 118 sacerdoti provenienti dagli Usa (dove la crisi delle vocazioni si avverte meno che in Europa). E poi 87 gli italiani, 39 i polacchi, 35 i brasiliani, 30 i filippini, 27 gli austriaci, 24 i britannici. Ma piccole rappresentanze sono venute da tutti i Paesi europei, anche quelli più secolarizzati. E in sei sono arrivati dalla Cina. Numerosi dall’Africa, anche se spesso, spiegano essi stessi, il costo del viaggio ha impedito a molti di partecipare. Poi, nell’elenco delle provenienze, Surinam, Singapore, Isole Marshall. Davvero tutto il mondo rappresentato nel piccolo paese di Ars.

«Siate testimoni di misericordia. Gli uomini di tutto il mondo implorano la misericordia di Dio». Con i mille sacerdoti venuti ad Ars da tutti i Paesi in occasione del ritiro dell’anno sacerdotale, il cardinale Christoph Schönborn sceglie le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate in Polonia nel 2002. Parole forti, quasi, dice Schönborn, «un testamento» lasciato ai sacerdoti. Parole che scuotono nella basilica di Ars questa schiera di preti – bianchi, neri, vietnamiti, indiani, o venuti fin qui da lontane isole del Pacifico – che nel piccolo Paese francese medita­no su «La gioia di essere preti».

Un titolo controcorrente, nello scenario di crisi delle vocazioni e secolarizzazione che il sacerdozio affronta almeno in Europa. Scenario che l’arcivescovo di Vienna non nasconde: «Ci sono diocesi in questa Francia – dice – in cui il sacerdote più giovane è il vescovo». Eppure. Eppure ad Ars, nella memoria del santo curato che dell’anno sacerdotale è il centro, sono ben visibili un fermento e una vitalità che meravigliano l’osservatore. Sono i sei preti cinesi, giovanissimi, che ti dicono delle speranze per la loro Chiesa; sono i monaci ragazzi che la mattina presto camminano per le strade col breviario aperto in mano. Schönborn parla come a dei fratelli. Concede anche ricordi personali, quasi delle confessioni.

Come quando, per dire della essenzialità della preghiera, ricorda i suoi anni di giovane domenicano: «La crisi post conciliare fu per noi giovani preti, negli anni ’60, come un’onda di tsunami. Ci convincemmo che solo l’azione contava, per rinnovare la Chiesa. Io presi troppo alla lettera questa idea, e smisi di pregare. All’inizio mi parve un sollievo: l’Ufficio, prima del Concilio, era così lungo. Ma a poco a poco la vita religiosa mi parve perdere di senso, le cose spirituali impallidire. Dopo un anno, la mia vocazione vacillava. È stata, la crisi della preghiera, il dramma della mia generazione di preti. Quegli anni ora sono passati. Ma il sacerdote non deve mai perdere l’abitudine del pregare». «Lo so – continua Schönborn – dobbiamo tutti lottare col tempo, il tempo che manca, e che occorre trovare nella giornata. Ma pensate a quanto tempo ci tolgono la tv, e Internet; e quanto vuoto interiore alla fine ci lasciano. Guardate: piuttosto che stare ore da soli su un computer, facciamo una partita a carte con gli amici. Fa molto bene, è un bel modo di stare insieme», sorride il cardinale. Stare insieme, non essere soli.

È un argomento su cui Schönborn torna. Esorta i sacerdoti ad avere degli amici con cui condividere le fatiche. « Una sfida del sacerdozio nel XXI secolo – dice – sarà, credo, ritrovare delle forme di vita in comune, o comunque di prossimità». Ma la solitudine non mina solo i preti. A Vienna «più della metà delle persone vive sola» . E ben sembra conoscere, l’arcivescovo, la grande solitudine della sua città: piena di vecchi e con così pochi bambini. Eppure. Eppure gli uomini hanno ancora bisogno dei preti. «Non cercano in noi dei manager, né dei grandi predicatori. Semplicemente, cercano degli uomini di Dio. Il curato d’Ars era un uomo semplice. Ma i suoi parrocchiani dicevano: bastava stargli accanto, per sentirsi uomini migliori». Già, il curato d’Ars, povero prete in un villaggio di 230 anime dopo la tempesta della Rivoluzione, All’alba in confessionale, per tutto il giorno tra la gente con la sua tonaca lisa. Testimone di misericordia. Schönborn ai mille, che ascoltano silenziosi: «Solo alla luce della misericordia di Dio possiamo guardare in faccia la nostra miseria. Se non c’è una percezione della misericordia di Dio, gli uomini non sopportano la verità. In un mondo senza misericordia tutti tendono ad auto­giustificarsi, e ad accusare gli altri. E quando ci si accorge della nostra miseria, siamo tentati dello scoraggiamento e della disperazione». Al sacramento della misericordia, la confessione, il cardinale dedica un ampio insegnamento (ne scriviamo a parte, ndr ).

Ma ai sacerdoti ricorda ancora il cuore del loro stesso ministero. «Senza l’Eucarestia, la nostra vita di sacerdoti mancherebbe del suo centro», dice. Quel sacrificio, esorta, da celebrare nel silenzio interiore. «Io stesso, lo confesso, spesso arrivo in sacrestia in ritardo, preso dai pensieri. Soffermiamoci a pregare almeno mentre vestiamo i paramenti. Come disse Gogol, «in quel momento il sacerdote indossa delle vesti, per distinguersi da se stesso». Per mostrare dunque d’essere, ora, «in persona Christi». E, vi chiedo, lasciamo qualche istante di silenzio dopo la Comunione, nella Messa. Abbiamo cacciato il silenzio dalla liturgia. Quanto ne abbiamo invece bisogno». E Schönborn estrae un’altra immagine dai ricordi. «1961, avevo 16 anni. Andai con la parrocchia in pellegrinaggio a san Giovanni Rotondo. Mi sentivo estraneo a tanta pietà popolare, mi turbava la folla che alle quattro del mattino già gridava chiamando quel frate. Poi, lo vidi celebrare la Messa. Mai vista, prima e dopo di allora, una Messa così. Ho avuto l’impressione di vedere la realtà del sacrificio di Cristo; come se il velo del Sacramento fosse caduto. Poi, in sacrestia, a quel frate ho avuto il privilegio di baciare la mano». I mille ascoltano intensamente. Come un esercito rinnovato nella memoria della sua origine, e di ciò a cui è chiamato.

I giornalisti in conferenza stampa insistono: e la crisi delle vocazioni? E le ragioni del celibato? A loro Schönborn risponde: «Io credo che le vocazioni in realtà ci siano, e molte. Spesso non maturano a causa di un clima di indecisione che la società contagia ai giovani. Come per il matrimonio. Incontro uomini di 40 anni che entrano in seminario. Già a 20 anni lo avevano desiderato, ma nessuno li aveva aiutati a capire. Dio, credo, chiama sempre. Il problema è saperlo ascoltare. Guardate poi in molti Movimenti e giovani comunità cristiane, quante sono le vocazioni. Chiediamoci perché, lì, ci sono. Non facciamo come certi miei confratelli che anni fa si lamentavano della mancanza di coraggio dei giovani, e non si rendevano conto che proprio il loro stile di vita secolarizzato, la loro 'teologia orizzontale' non potevano che allontanarli».

E il celibato, Eminenza – incalza un giornalista – le ragioni del celibato? Schönborn: «Il sacerdote fa questa scelta volontariamente, in una prospettiva di disponibilità per Dio e per l’uomo. Sull’esempio di Cristo. Che ha scelto quella strada, donandosi interamente a Dio e alla sua missione. Che questa scelta sia possibile, lo vediamo nella vita di molti preti». Ma, ed è ancora una confessione di Schönborn qui ad Ars, per i suoi preti l’arcivescovo di Vienna prega. «Ogni sera la mia ultima preghiera è per loro. Poi, come naturalmente la preghiera si allarga a tutti quelli che sono in tribolazione. Penso ai carcerati, alle donne maltrattate, ai bambini picchiati. Ai drogati, alle prostitute, ai disperati che non hanno più voglia di vivere. La preghiera si fa allora condivisione della sofferenza di Cristo al Getsemani. E solo immergendo il dolore degli uomini nell’abisso dell’amore di Cristo, la mia preghiera della sera si fa finalmente preghiera di fiducia».

 

Confessione, «esserci» per far tornare i fedeli

Il cardinale di Vienna ricorda l’importanza del sacramento della riconciliazione e invita i preti a intensificare la loro presenza

«In Europa la pratica della confessione è quasi scomparsa dalla vita dei cristiani, tranne che in alcuni luoghi di pellegrinaggio». La diagnosi di Schönborn è netta. Aggiunge: «I sacerdoti trovano pochi fedeli in confessionale, e allora sono portati a essere meno presenti in quel luogo. Così, la pratica della confessione diminuisce ancora». Eppure, dice il cardinale, nella cattedrale di Vienna c’è chi confessa dalle sei del mattino alle dieci di sera, e la gente viene». Viene, se sa che troverà un prete. «Siamo giunti alla conclusione della necessità di offrire ai fedeli degli orari fissi. Vedete, a Vienna c’è un prete di 85 anni che per decenni, dalle 5 del mattino, in una chiesa della periferia è stato a confessare. Tutto il giorno. Aveva perfino allargato il confessionale, per stare più comodo. Stava lì, e aspettava. E la gente che andava al lavoro lo sapeva, e passava di lì, e in quanti».

La prima cosa da fare per ' resuscitare' la confessione, secondo Schönborn, è dunque 'esserci'. «Ed è una gioia. Io, quando passo due ore a confessare in Santo Stefano, ne esco più lieto di essere un sacerdote». La seconda, è che anche i preti tornino a confessarsi abitualmente: «Quanto ne abbiamo bisogno, per essere sacerdoti», dice il cardinale. Il punto centrale per la riscoperta della confessione secondo Schönborn è nel fatto che «la misericordia di Cristo precede tutti i peccati degli uomini. Questo è il rovesciamento delle nostre concezioni. Noi pensiamo che Dio ci perdona, se noi cambiamo vita. È il contrario: è incontrando lo sconvolgente perdono di Cristo che cominciamo a cambiare vita».

Ma, sanno ancora gli uomini di avere bisogno della misericordia di Dio? Al di fuori di un orizzonte di misericordia, dice Schönborn, «ci diciamo sempre innocenti e tendiamo a accusare gli altri» (e quanto questo scenario assomiglia all’Italia di oggi). L’accusare, lo scoraggiamento, la disperazione quali conseguenze dell’orizzonte della misericordia perduto. E di quella antica abitudine dimenticata. Ai mille sacerdoti di Ars l’arcivescovo di Vienna cita una santa che gli è molto cara, Faustina Kowalska, canonizzata da Giovanni Paolo II: « La mia misericordia – dice Cristo alla mistica – è più grande della tua miseria e di quella del mondo intero. Chi ha preso le misure della mia bontà?».

È un infinito quello evocato da Schönborn ad Ars, parlando di confessione a mille sacerdoti. Che sabato torneranno nei loro Paesi: nelle parrocchie della Normandia e in quelle di Boston e del Congo e del Vietnam. Li guardi mentre sciamano fuori dalla basilica, come ragazzi al termine delle lezioni. Vecchi francescani con la barba bianca, neri grossi parroci di ignoti borghi africani, missionari affaticati da povertà estreme. Chissà quali semi, ti chiedi, covano in questi uomini, sotto al cielo di questo piccolo paese perso nella campagna dell’Ain.

 

IL SANTO CURATO

«Noi, portatori della tenerezza di Dio»

«Oh, il prete è qualcosa di grande! Perché può donare Dio agli uomini e gli uomini a Dio: egli è il testimone della tenerezza del Padre verso ognuno e un artigiano di salvezza». Giovanni Maria Vianney ha incarnato quanto scriveva in una vita identificata col ministero sacerdotale. Nato l’8 maggio 1786 a Dardilly, vicino a Lione, visse in un intreccio di vicende tra sofferenza e gioia: la perdita della mamma, gli scontri col padre, la diserzione dall’esercito napoleonico, la malattia, la fuga, la difficoltà negli studi, le irruzioni del demonio, la parrocchia, le notti al confessionale. Ordinato prete nel 1815, venne inviato nel minuscolo villaggio agricolo di Ars nel 1818 come parroco. La sua sola preoccupazione fu salvare anime e mostrare agli uomini con il suo esempio la bontà e la misericordia di Dio. Si consumò d’amore davanti all’Eucaristia e nel confessionale, donandosi interamente a Dio, ai parrocchiani e ai pellegrini che a migliaia affluivano ad Ars attratti da quel prete innamorato del Vangelo. Morì il 4 agosto 1859. Beatificato nel 1905, canonizzato nel 1925, nel ’29 fu proclamato patrono dei parroci. Oggi per i sacerdoti è modello di umiltà, pratica dei consigli evangelici, dedizione al sacramento della confessione, carità, collaborazione con i laici, devozione a Maria. (Ma.Pa.)

 

Benedetto XVI

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