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Le grandi domande: quale senso dare alla vita?

Ogni uomo ha una sete insaziabile di assoluto e di infinito e passa da un pozzo all’altro alla ricerca di quell’acqua viva che lo disseti

GESÙ E LA SAMARITANA

GESÙ E LA SAMARITANA

Una donna di Samaria va al pozzo ad attingere acqua e vi incontra Gesù di Nazaret. A lui, che avvia il dialogo, risponde ripetutamente con ironia e apparente sicurezza.

Gesù cerca di far emergere in lei una sete diversa, una sete nascosta nel profondo del cuore, per la quale occorre un’altra acqua che non sia quella che sta nel pozzo.

Le mette davanti il disordine della sua vita, perché ne prenda coscienza e la donna rimane colpita, ma tenta ancora di sfuggire e deviare il discorso.

Finalmente Gesù si rivela a lei come il Messia atteso, l’unico in grado di dare l’acqua che disseta per sempre.

La donna allora lascia la brocca al pozzo e corre con entusiasmo a chiamare i suoi concittadini: «Venite a vedere» (Gv 4,29). Intuisce di aver trovato ciò che, forse inconsapevolmente, cercava da sempre.

L’ETERNA RICERCA DELL’UOMO 

La Samaritana ci rappresenta.

Ogni uomo ha sete e passa da un pozzo all’altro: un vagare incessante, un desiderio inesauribile, rivolto ai molteplici beni del corpo e dello spirito.

Nel nostro tempo questa ricerca sembra diventare addirittura una corsa tumultuosa: produrre e consumare, possedere molte cose e fare molte esperienze, cercare impressioni sempre nuove, il piacere e l’utile immediato, tutto e subito.

Molti però hanno la sensazione di correre senza una meta, di riempirsi di cose, che risultano vuote. Molti lamentano un impoverimento dei rapporti umani: anonimato, estraneità, incontri superficiali e strumentali, emarginazione dei più deboli, conflittualità e delinquenza.

Tutto contrasta con quello che sembra essere il nostro anelito più profondo: essere amati e amare.

UNA VITA MATERIALISTICA NON APPAGA L’UOMO

 Straordinariamente attuale è il testo biblico contenuto nel libro della Sapienza, che mette a nudo la logica di una mentalità materialistica: «La nostra vita è breve e triste… Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati… La nostra esistenza è il passare di un’ombra… Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano». (Sap 2,1.2.5.6-8). Nutriamo oggi un’alta considerazione per le scienze che ricercano e procurano un crescente dominio sui fenomeni naturali e sociali.

Ma possono tali scienze indicare i fini a cui deve essere indirizzato il potere che ci mettono nelle mani? È ragionevole prestare attenzione solo a ciò che si può vedere e toccare, calcolare e controllare sperimentalmente? Non si lascia fuori così il nucleo centrale della propria e dell’altrui persona: la fiducia, l’amore, la bellezza, la bontà, la gioia, tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta?

LE GRANDI DOMANDE 

È necessario prendere sul serio le grandi domande, che ognuno di noi si porta dentro: chi sono? da dove vengo? dove sto andando? E ancora: la realtà è assurda o intelligibile? la vita è un dono, un destino cieco o un caso? perché questa sete che nessuna conquista riesce ad estinguere? che cosa posso sperare e che cosa devo fare? Indifferenza, edonismo e attivismo non sono una soluzione, ma un’evasione irresponsabile.

Se vengo dal nulla e vado verso il nulla, sembra che non ci sia nulla da sperare e nulla da fare, se non lasciarsi andare alla deriva. Se invece vengo dall’Amore infinito e vado verso l’Amore infinito, ecco che mi si apre davanti un cammino, difficile forse, ma pieno di significato.

IL FALSO MITO DEL PROGRESSO INDEFINITO 

Generazione dopo generazione gli uomini passano sulla terra. Attraversano le situazioni e le esperienze più diverse, senza mai fermarsi: osservano e agiscono; cercano, trovano, trasformano senza posa il mondo e sé stessi, con il lavoro e l’economia, la comunicazione e la cultura, la politica e la religione.

Il prodigioso sviluppo delle scienze e della tecnica imprime oggi ai cambiamenti una vertiginosa accelerazione.

Abbiamo nelle mani un’ingente quantità di beni e un enorme potere sulla natura: possiamo dare soluzioni nuove ad antichi problemi, come la fame, la malattia, l’ignoranza, la fatica. Ma il progresso genera anche nuove forme di oppressione, nuovi pericoli e timori. Anzi, sembra estendersi il dominio dell’uomo sull’uomo: regimi totalitari, controllo e manipolazione dell’opinione pubblica, sfruttamento, emarginazione, aborto, violenza diffusa, commercio della droga, pornografia. Il progresso è attraversato da inquietanti contraddizioni.

Ogni conquista si rivela precaria; ogni soluzione pone nuovi problemi; l’ebbrezza del potere rischia di finire nell’autodistruzione. E spontaneo domandarsi: ha un senso l’impresa storica del genere umano? qual è il suo obiettivo? non svanirà nel nulla come un’immensa illusione?

L’AMBIGUITÀ DELL’ESISTENZA 

Di ambiguità analoga a quella della storia universale sono cariche anche le storie personali: ciascuna è illuminata da esperienze positive, come lo stupore davanti alla verità e alla bellezza, la gioia di essere amati e di amare, il piacere del gioco, dell’arte e del lavoro riuscito, ma anche da esperienze negative come il dolore e la miseria, l’egoismo e l’ingiustizia, l’errore, l’isolamento e la paura.

Il nonsenso sembra spesso prevalere, perché i mali sono avvertiti più intensamente dei beni e, soprattutto, la morte minaccia di vanificare gli stessi valori positivi.

E stato detto: la morte non conta, perché, quando ci siamo noi, lei non c’è ancora e, quando c’è lei, non ci siamo più noi.

Questo, al più, potrebbe essere vero per gli animali. L’uomo, invece, sa di morire e questa conoscenza la porta sempre con sé nel corso della sua vita.

LA RICERCA DI QOELET 

Nella Bibbia, il libro di Qoèlet, scritto prima che la divina rivelazione illuminasse pienamente il destino ultraterreno dell’uomo, mette in evidenza l’enigma della condizione umana in tutta la sua apparente assurdità.

Qoèlet afferma che tutti i valori sono ridotti a nulla dalla morte: «Vi è una sorte unica per tutti, per il giusto e l’empio, per il puro e l’impuro, per chi offre sacrifici e per chi non li offre, per il buono e per il malvagio» (Qo 9,2-6).

Sebbene molte singole cose siano sensate, la vita nel suo insieme non ha un senso comprensibile. L’uomo è sempre in cammino, «non conosce riposo né giorno né notte» (Qo 8,16), ma non approda a niente. La ricerca rimane perennemente incompiuta, come un movimento interminabile e vuoto: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa.

Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro meta, i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.

Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire» (Qo 1,2-8). La visione di Qoèlet è parziale ma non è falsa. Ha la provvidenziale funzione di demolire l’ottimismo superficiale e illusorio. Considerata in un orizzonte puramente terreno, l’esistenza umana risulta problematica, senza fondamento e senza meta.

L’INELUDIBILE ESIGENZA DI UN SIGNIFICATO 

Tuttavia, in concreto, con il loro operare gli uomini mostrano di credere almeno implicitamente nella vita, perfino quando in teoria non le riconoscono alcun significato.

Malgrado il naufragio che tutti li aspetta, non cessano di fare progetti e di volgersi a nuove imprese. Si agisce sempre per un fine, per un obiettivo in cui si crede. Anche chi agisce dicendo di non avere prospettive, implicitamente presuppone il contrario. L’esigenza di significato è ineludibile. Non si può vivere senza un atteggiamento fondamentale di fiducia nella realtà: se la realtà nel suo insieme fosse caos e illusione, anche le singole cose risulterebbero in definitiva equivalenti tra loro e senza valore. Se la vita nostra e altrui si riducesse a una caduta nel nulla, sarebbe irrilevante scegliere un comportamento piuttosto che un altro. Ma l’equivalenza di tutte le cose non è vivibile. Malgrado tanti problemi e tante delusioni, noi conserviamo la certezza di fondo, anche non espressa, che la realtà nel suo insieme sia sensata; continuiamo a credere nell’importanza della vita, nella capacità della ragione, nei valori etici. Senza speranza e senza valori non possiamo andare avanti.

LA RICERCA INSTANCABILE DI DIO 

Ma come è possibile mantenere la speranza di fronte alla prospettiva di una morte sicura? Perché alcune azioni sono da fare e altre da evitare assolutamente? Da dove i valori ricevono consistenza? E perché esiste qualcosa e non il nulla? La risposta a questi interrogativi va ricercata in un fondamento originario e in una meta ultima.

L’esigenza insopprimibile di significato introduce nell’esperienza religiosa e si configura come apertura al mistero di Dio e insieme al nostro futuro, oltre l’orizzonte spazio-temporale dei fenomeni studiati dalla scienza.

Eppure la ricerca di Dio per la via delle religioni e della ragione procede con molte incertezze e deviazioni. Dio, benché sia vicinissimo, sembra lontano, senza volto e senza nome: il «Dio ignoto» (At 17,27).

DIO RIVELA IL SUO VOLTO 

L’annuncio della Chiesa è precisamente questo: il Mistero infinito ci ha rivolto la parola e addirittura ci è venuto incontro personalmente, con il nome e il volto di un uomo, Gesù di Nazaret, e ci ha chiamati a vivere insieme con lui per l’eternità.

Dio fatto uomo, l’uomo innalzato fino a Dio: nessun’altra religione ha una notizia simile, nessuna offre una speranza più audace.

Mentre i grandi uomini religiosi, i profeti e i santi avvertono il proprio nulla davanti alla grandezza di Dio e si sentono peccatori, Gesù di Nazaret con tranquilla sicurezza si è presentato come Figlio di Dio, uguale al Padre: una follia e una bestemmia sulla bocca di qualsiasi altro.

La pretesa è inaudita, ma duemila anni di storia la rendono degna almeno di essere presa in considerazione. Gesù ha detto: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità.

Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 37). In lui trovano risposta le domande più profonde dell’uomo e la ricerca religiosa dei popoli; in lui il viandante assetato trova l’«acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14), come la trovò un giorno la donna di Samaria.

IL LIBRO PER APPROFONDIRE

L’enigma dell’esistenza e l’avvenimento cristiano

Giacomo Biffi
L’ENIGMA DELL’ESISTENZA E L’AVVENIMENTO CRISTIANO
Corso inusuale di catechesi / Vol. 1

www.libreriadelsanto.it

La purezza della dottrina, la prosa modernamente limpida, l’intenzione pastorale, che sono da sempre i pregi degli scritti dell’Autore, si ritrovano in questo corso di catechesi dettato originariamente ai docenti universitari di Bologna.

Un corso senza solennità accademica. E inusuale perché, dice l’Autore, con un pizzico di civetteria, «basterà confrontare questa esposizione con quelle consuete, pur stimabili e provvidenziali, della dottrina cattolica».

Ciascuno dei due volumi si apre con un interrogativo: ha un senso la vita umana? ha un senso la storia? Alla prima domanda rispondono le tre parti del primo volume.

Esiste una risposta dall’alto: un fatto, una persona, un disegno. L’iniziativa divina chiede l’atto di fede. Il mistero di Gesù come risposta all’enigma dell’esistenza negata ai «grandi».

Alla seconda domanda rispondono le tre parti del secondo volume: la Pentecoste, la Chiesa, l’Eucaristia.

La storia umana, cioè, enigma e dramma, è una storia che gli uomini devono sempre continuamente redimere e tuttavia, a chi la guarda ex parte Dei, è una storia già redenta dall’effusione dello Spirito, dal miracolo della Chiesa, dal dono inesprimibile dell’Eucaristia. In entrambi i volumi vi sono dovizia di citazioni bibliche e patristiche, come è ovvio, puntuali e sobri riferimenti al Magistero recente, ma anche ai «ministri e mediatori della bellezza», poeti, musicisti e altri artisti, e una sensibilità cordiale e critica sia ai maggiori filoni culturali sia a certa contestazione intraecclesiale: e tutto coopera a che la lettura sia gustosa e soda la riflessione.

[Recensione di G. Mucci in La civiltà Cattolica, 1/4/2006]